Immobiliare italiano: come attirare sempre più investitori stranieri

3 maggio 2017

L’obiettivo è facilitare l’ingresso sul mercato immobiliare italiano di investitori stranieri, in parte perplessi dai ripetuti cambiamenti normativi e fiscali che regolano il settore. A questo stanno lavorando Assoimmobiliare e Agenzia delle Entrate che lo scorso marzo al Mipim, fiera europea dedicata al Real Estate, di fronte a una platea di 500 potenziali investitori internazionali, hanno descritto il sistema fiscale immobiliare in Italia e come superare eventuali ostacoli. Il mercato immobiliare italiano sconta in tal senso il fatto di essere piuttosto giovane: a fine anni Novanta sono nati di fatto i fondi immobiliari chiusi mentre altri strumenti come SIIQ (Società di Investimento Immobiliare Quotate) e SICAF (Società di Investimento a Capitale Fisso) risalgono addirittura al 2006 e al 2014. Una valida risposta agli interrogativi degli investitori stranieri potrebbe essere rappresentata dall’istanza di interpello: il fisco dà al contribuente che deve effettuare un investimento la possibilità di ottenere chiarimenti su interpretazione e applicazione di norme in materia di tributi erariali che non sono soggetti a modifiche interpretative successive. Ma il lavoro dei due organismi prosegue, perché è necessario che all’estero si torni sempre più a credere nel mattone italiano trattandosi di introiti milionari. Per favorire gli investimenti è importante, stando alle dichiarazioni di Assoimmobiliare, favorire investimenti e transazioni, nonché superare altre discrepanze che differenziano infatti la normativa fiscale immobiliare italiana da quella di altri Paesi. Alcune riguardano i fondi immobiliari: molte compagnie assicurative soprattutto estere rinunciano a investire in quelli italiani perché tali investimenti non beneficiano dell’esenzione fiscale, nonostante il grande appeal che esercitano, con una redditività del 3-4% rispetto a quella garantita dai bond (1%). Inoltre nel mondo l’investimento in fondi immobiliari e SICAF è equiparato dal punto di vista normativo a quello nelle SIIQ: questo non avviene in Europa dove le compagnie sono quindi chiamate a un maggior consumo del patrimonio di vigilanza. SIIQ che d’altra parte guardano con diffidenza agli investimenti internazionali, per esempio da parte dei fondi pensione, perché in quanto esteri passibili di un’imposizione del 26% non recuperabile. Tutti punti su cui continuare a lavorare: una fiscalità più snella e meno flessibile aiuterebbe di sicuro gli investitori stranieri a guardare con sempre più interesse al nostro Paese.